186) FAVOLA METROPOLITANA
C’era una volta e c’è ancora in molte città una donna e la sua bimba, due cuori cuciti assieme su
un’identica ferita che poi….
Il cuoricino rosso sul monitor nero, il bip continuo dei macchinari, il singhiozzo soffocato in un
fazzoletto ormai a brandelli. Unico compagno d’attesa l’aria sottile d’alcool sollevata dai camici
degl’infermieri e dei medici che si muovevano veloci tre le piccole culle, operosi e veloci come api.
Sola, Maria attendeva che qualcuno le dicesse della sua piccola Mia. Ma ancora nulla.
Era successo tutto così all’improvviso che ora, seduta su quella sedia dura, solo ora riusciva a
ripercorrere quei terribili istanti. Mia aveva 3 giorni appena, Maria la sua unica madre, padre,
nonna, nonno, zia e zio. Vivevano in un piccolo bilocale, alla periferia di Roma. Mia era capitata
una notte d’estate ed era nata alle prime albe di primavera come un fiore troppo delicato in quel
grigio vivere, una primula che vuol bucare la neve senza averne ancora la forza. Maria non l’aveva
voluta lasciar andare mai e in quei nove mesi aveva pregato che lei non l’abbandonasse.
Faticava tutti i giorni alla pressa di una fabbrica di stampi d’acciaio, col caldo e il puzzo dei fumi,
col chiasso assordante dei macchinari che s’alzavano e abbassavano senza sosta. Nessuno s’era
accorto del suo segreto avvolto sotto il maglione di lana soffice e la tuta blu, larga e spessa.
Maria era stata assunta con un contratto becero e privo di difese per lei e pieno di pretese per il suo
datore di lavoro. Non aveva potuto dire niente, poiché nient’altro aveva trovato al di là di
quest’impiego. Era sola, i genitori vivi ma lontani nel cuore, da sempre contrari alle sue scelte:
prima l’istituto d’arte, poi la scuola per fumettista a Bologna. Pochi impieghi, tanta concorrenza,
una corsa a Milano alla ricerca di qualche apprendistato per qualche giornale. Tutto un continuo
‘qualche’ e mai niente un ‘qualcosa di vero’. Tutto già preso. La crisi che arrivava, le saracinesche
serrate e i tram sempre più vuoti dei pendolari.
Aveva ripiegato su Roma infine, città amata, ricordo d’estati passate con sua nonna Elsa, l’unica
persona da cui s’era sentita veramente amata senza pretese, attese, contratti e patti da rispettare.
La nonna non c’era più, ma le aveva lasciato quel piccolo angolo di Roma, due stanze e una stufa a
pellet e il suo aroma di lavanda ancora intriso in quella carta da parati che Maria non aveva il
coraggio di togliere.
Poi quell’incontro che sembrava quello giusto. Un uomo, un uomo vero, le pareva una roccia col
suo giaccone di pelle spessa, le sue scarpe spigolose, ma di morbido cuoio. S’era lasciata andare,
desiderosa di conforto, stanca di trattenersi, contenta di vivere in quella città dove nessuno sapeva
chi era. Lui lavorava, ma del suo lavoro non voleva che se ne parlasse mai. Rideva e fumava tra i
denti bianchi. Lei annegava nel suo fumo e si faceva ghermire dalle sue fauci senza neppure
accorgersene. Poi un giorno il test. Lei, tremante e felice. Ingenua e , forse, in quel tremore della
voce già una terribile premonizione. Poi un secco no, altro fumo tra i denti, questa volta niente
sorrisi, parole secche, delle banconote come biglietti d’auguri.
Se n’era andato e a lei non restava che quel dono stupendo e scomodo dentro al suo ventre, respiro e
vita della sua vita.
Non perse coraggio, anzi scoprì di averne. Chiamo quell’annuncio e prese un appuntamento.
Innanzitutto aveva bisogno d’un lavoro. L’unico che ora sembrava possibile era a quella pressa. Già
il nome la spaventava e co un gesto frettoloso correva alla sua pancia quasi a voler essere sicura che
niente l’avesse schiacciata.
Il suo datore di lavoro era un uomo piccolo e rotondo, mani pelose e sguardo viscido. Certo non le
piacque, ma lei piacque a lui e l’affare fu fatto, se d’affare si poteva parlare. 40 ore settimanali,
turni, notti, niente malattia né ferie pagate…chiaramente la maternità non era minimamente
contemplata, quasi dovessero essere tutti individui asessuati i suoi lavoratori.
Zitta, accettò il lavoro e iniziò subito. Il camice blu, la cuffia per proteggere le orecchie, le scarpe
grosse e dure, i guanti spessi e informi. Si sentiva il personaggio di un suo fumetto, ma era lei, vera,
e non era d’inchiostro il sangue che le faceva pulsare il cuore.
Come il cuore piccolo di Mia, nata troppo presto, una corsa all’ospedale, tra l’odore ferroso del
sangue che si confondeva con l’aspro dell’acciaio di quella pressa infernale. Madre e figlia ancora
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quanti tanti temi di grande attualità in questa storia scritta con padronanza ed efficacia letteraria. Brava!