152) UNA FATALITA’ EVITABILE

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“Driin, driin!” fece la sveglia. Erano le 05:00 di mattina e per Sergio era ora di andare a lavorare. Sergio era una formica che viveva in un grande formicaio, insieme alla sua famiglia, composta da sua moglie Rosetta, e i suoi due figli, Luca e Giovanni. In quella famiglia tutti si volevano bene, e, nonostante non avessero molti agi, non si lamentavano mai della loro condizione, cercando sempre di trarre il maggior profitto da ogni cosa, di vedere sempre il lato positivo di ogni situazione.

Faceva l’operaio, come gran parte delle altre formiche che vi vivevano, e in quel periodo, la regina Diletta aveva ordinato di costruire una nuova parte del formicaio per ampliarlo, visto il gran numero di nascituri. Essa era la settima regina, ma a differenza delle precedenti, non amava il suo popolo tanto quanto il potere che deteneva: ogni suo desiderio era un ordine, ogni suo capriccio un decreto da attuare nell’immediato.

Così i maschi dovettero iniziare i lavori, mentre le femmine adulte dovevano provvedere alla raccolta di cibo per l’inverno. Tutti erano sempre in movimento, ciascuno contribuiva in qualche modo a mantenere salda la loro società, ed anche i più piccoli davano una mano ai più grandi. Sebbene ogni singola formica si desse da fare, la regina Diletta non era soddisfatta, e rendeva la vita di ogni singolo sempre più difficile, distribuendo sempre meno cibo per ogni famiglia e aumentando le ore di lavoro, ma senza garantire alcuna forma di protezione dai possibili infortuni.

La sovrana sapeva bene che stava cercando di allargare il suo formicaio non solo per problemi di spazio, ma anche perché così avrebbe avuto il più grande formicaio del paese; ma sapeva bene anche che vicino al suo c’era un altro formicaio, quello della regina Maddalena, che certamente non era disposta a lasciarle attuare i suoi piani! La seconda regnante quindi mandò un ambasciatore da Diletta per chiederle di interrompere i lavori, perché altrimenti glielo avrebbe impedito di persona. Naturalmente Diletta si rifiutò di cessare i lavori, e così scoppiò una guerra tra i due formicai. Questa richiese molto impegno militare e pecuniario, così che il formicaio di Diletta fu costretto a fare dei grossi tagli.

Nel contempo, i lavori di estensione andavano avanti, per quanto potevano; infatti, i tagli erano stati fatti anche in questo settore: molte formiche erano state spostate nell’esercito per difendere la patria, e quelle poche che erano restate, erano costrette a fare il doppio del lavoro, e assolutamente prive di ogni precauzione contro gli incidenti.

Quella mattina, come tutte le altre, Sergio andò al suo lavoro; salutò sua moglie, diede un bacio ai piccoli che dormivano nei loro letti e uscì di casa. Sembrava un giorno come tanti altri, ma non lo era. Appena arrivato al cantiere si mise subito al lavoro, arrampicandosi su una parete, intento a scavarci. Quella parete però non era così stabile come sembrava; sopra e sotto di lui, altre formiche che compivano la sua stessa azione, tutti privi di imbracature di sicurezza, ma tutti con il desiderio di operare per la salvezza della propria famiglia. Sergio si guardò un attimo intorno: tutte quelle formiche come lui, non avevano ambizioni, solo chiedevano la protezione per i loro nuclei familiari; eppure erano costretti a sacrifici enormi, per avere un qualcosa che dovrebbe essere un loro diritto. Lui si ripromise che una volta finiti i lavori e terminata la guerra avrebbe speso più tempo con la sua famiglia, avrebbe apprezzato di più ogni momento passato con essa, e sarebbe anche stato disposto a cambiare formicaio, se in quello la regina non glielo avrebbe permesso!

Ripresosi dai suoi pensieri, si rimise all’opera. All’improvviso, un suo amico che lavorava sopra di lui gridò: aveva perso l’equilibrio per affondare il piccone nella parete e ora stava cadendo giù, mentre una parte del muro a sua volta era in bilico, e avrebbe travolto i sottostanti. L’amico di Sergio perse la presa dalla parete

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