76) TIMA E LA FATALUNIA’S FACTORY

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C’era una volta, in un mondo parallelo al nostro,ormai moltissimi anni fa, una città

chiamata Fatalunia abitata interamente dalle fate. Questa confinava con Magocity,

dove vivevano i maghi e Stregaland, dimora delle streghe. Queste tre città erano

sempre in conflitto tra loro perché ognuna voleva dimostrare alle altre di poter creare

qualcosa di incredibile per migliorare la vita degli abitanti. Alcuni cittadini di

Magocity crearono, ad esempio, un mantello che cambiava il volto della persona che

lo indossava mentre a Stregaland venne creato un cuscino che faceva addormentare

subito chiunque lo toccasse.

Secondo gli abitanti delle rispettive città, la propria invenzione era utile, anzi

indispensabile. Non la pensava però così Tima, apprendista fata, abitante di Fatalunia.

Tima era molto alta, magra, aveva due trecce rosse e la faccia coperta di lentiggini.

Non si vestiva come le altre apprendiste, con un abito turchino ricoperto di stelline,

ma con un vestito verde e giallo e con calze a strisce colorate. Era creativa e a volte

un po’ pasticciona dato che si confondeva sempre con gli incantesimi. I pregiudizi

degli altri portavano a far credere che Tima fosse una persona poco affidabile, dato il

suo bizzarro modo di abbigliarsi molto simile a quello delle streghe e considerato il

fatto che la giovane si comportava un po’ da maschiaccio senza seguire l’esempio

delle altre fate apprendiste, silenziose e pacate. La sua città non aveva creato ancora

nulla e decise allora di ideare qualcosa lei stessa così da far cambiare giudizi altrui

nei suoi confronti. Dunque si incamminò per visitare alcuni luoghi della sua città e

per capire i veri bisogni degli abitanti.

Si recò, ad esempio, al giardino delle fatachine (l’equivalente del nostro asilo) e vide

appunto tante piccole fate giocare con pupazzini sputa- incantesimi o tavolini e

seggioline volanti. Le sembrò che non mancasse nulla, così si diresse al fat-atelier,

dove venivano confezionati splendidi abiti,cappelli e scarpette.

Anche lì era presente tutto ciò che serviva così come all’Accademia Fatata, alla

fateria, dove venivano allevati unicorni o renne magiche o al magic-supermercato.

Sembrava che tutto fosse perfetto e che gli abitanti non potessero desiderare altro. Poi

Tima, davanti a sè, vide uno strano edificio al quale non aveva mai fatto caso. Era

diverso dagli altri: meno colorato, più trasandato e decisamente differente.

Sull’insegna c’era scritto “Fatalunia’s factory” e la f era leggermente sbiadita.

Decise così di entrare per capire dove fosse finita. Salì delle scale cigolanti dopo aver

aperto il portone logorato dal tempo e vide davanti a sé tante fate, ciascuna davanti a

un piccolo armadio trasparente. Da ognuno di essi proveniva una luce di un colore

diverso. Ora Tima si spiegava perché alcune fate anziane fossero miopi: era quella

luce ad accecarle. “In quegli armadietti brillanti le fate creano dei pupazzini sputaincantesimi

come quelli usati nel giardino delle fatachine” pensò la ragazza vedendo

che tutte ne avevano uno da completare o già fatto. Inoltre Tima vide che erano loro a

creare i tavolini e le seggioline volanti, i manichini usati al fat-atelier e tutto ciò che

facilitava la vita degli abitanti di Fatalunia. Però le sostanze che si buttavano via dopo

aver creato questi oggetti erano dannose (“Come il limus velenoso che si getta via dai

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