18) IL VESTITO DELLA PRINCIPESSA

“Cosa vuoi dire fata? Non ti capisco” le aveva risposto Ambrosia.

“Voglio dire che devi avere occhi, cervello e cuore per guardare il mondo e che mentre

ci sono cose che forse scoprirai, e altre che non è dato a voi umani sapere, tuo compito

è quello di operarti affinchè tutto quanto in tuo potere possa essere fatto”

“Questo è il compito della regina, forse?”

“Non solo Ambrosia, questo è il compito dell’essere umano”

“Ma di cosa parli? – ribatteva la principessa – io non capisco”

Ma la fata non aveva più detto altro e come era comparsa era sparita.

“Orfeo, l’hai vista anche tu non è vero?” aveva detto Ambrosia, interpellando il suo

fedele compagno di cavalcate.

“HIHIHI” aveva annuito il destriero.

“Lo sapevo…non ho sognato…ma sai questo cosa significa Orfeo? Che per il momento

la nostra ricerca è sospesa perché devo risolvere questo importante enigma”.

Le parole della fata le erano rimaste in testa.

Continuava a sentirle vive, come vicino a lei. Ambrosia era diventata pensierosa, ancora

più strana di quanto mai fosse stata, perché non riusciva a cogliere il segreto di quanto

le era stato detto in quella radura.

La regina e il re temevano che si trattasse di un maleficio lanciato da qualche strega

lontana che volesse rovinare le nozze e non volevano parlare del cambiamento della

loro figlia per non diffondere il panico nel regno e per non rovinare il tanto atteso

matrimonio.

Intanto i giorni scivolavano e la principessa era stata finalmente chiamata per la prova

dell’abito.

Stanca e distratta Ambrosia si era recata alla sartoria del regno, si era lasciata infilare le

maniche e sistemare i buffetti della gonna, guardandosi allo specchio, fino a che

all’improvviso, si era accorta che riflessa in quel grande specchio ovale dalla cornice

intarziata non c’era solo la sua immagine. Girando lo sgaurdo, aveva notato la piccola

sarta che le appuntava spilli all’orlo delle maniche. E poi, si accorta delle ferite che

quella piccola ragazza aveva alle mani.

Si era guardata intorno, le altre giovani cucitrici portavano anche loro garze macchiate di

sangue alle mani e, a quel punto, una scintilla le si era accesa nella mente.

Scesa dal piedistallo su cui era salita per la prova dell’abito aveva preso le mani della

giovane sarta e le aveva detto “tu sei Dorotea, non è vero?”.

Dorotea si era ritirata spaventata, impraparata a quel comportamento da parte della

principessa.

In un attimo Ambrosia si era accorta che anche le altre sarte si erano spaventate e

avevano di corsa lasciato la stanza.

“Parlami, rispondimi…sei Dorotea, non è vero?” le aveva detto fermandola, per evitare

che se ne andasse anche lei.

“Si, vostra maestà” aveva risposto timida la giovane

“Non avevo dubbi…adesso ho capito…allora dimmi Dorotea, cosa hai fatto alle mani? E

cosa hanno fatto le altre ragazze? A quanto ho visto portavano delle garze ed erano

macchiate di sangue”

Dorotea la guardava spaventata e dubbiosa. “Vostra maestà…ma…” aveva detto, e non

rusciva a rispondere oltre.

“Oh, non chiamarmi Vostra maestà…sono Ambrosia, e adesso dimmi, Dorotea…cosa

avete voi sarte, alle mani?”

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