2) IL TRONCO

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Circa 15 anni fa, nel mio quartiere c’era molto più verde di adesso. Poi hanno

cominciato a costruire ed ora non è più possibile percorrere i chilometri di prima

in mezzo alla campagna. Di solito partivo dal parco Fucini dove c’era la biblioteca

comunale, tante panchine e tutti gli abitanti del quartiere che portavano i bambini

a giocare o i cani a passeggio. Continuavo, dopo aver attraversato una strada senza

uscita, e iniziava un sentiero costeggiato da pini secolari su entrambi i lati; alla

fine del sentiero cominciava la campagna che portava a via della Marcigliana.

Purtroppo oggi è stato tutto abbattuto e non resta che cemento selvaggio.

Per circa un anno, ho fatto quasi tutte le sere questa passeggiata con un ragazzo

che amavo da morire. Solitamente arrivavamo nei pressi del sentiero, e ci

sedevamo su un tronco che faceva apposta per noi, visto che lo raggiungevamo un

po’ stanchi.

Ricordo che lui aveva seppellito lì vicino una paperella che aveva regalato a sua

figlia (era separato) e ricordo che quel tronco, nodoso, accogliente, era per me

meglio di un divano o di una panchina.

Se quel tronco avesse potuto parlare, chissà quante storie avrebbe potuto

raccontare. La nostra era una storia clandestina, perché la mia famiglia

condannava gli uomini separati: figuriamoci se avessero saputo che io ne

frequentavo uno.

Ovviamente quando tornavo a casa, mia madre mi chiedeva perché avevo sempre le

scarpe sporche di fango o perché tornavo più tardi del solito, e io secca: “Ho

incontrato un’amica e abbiamo fatto una passeggiata al parco”.

Ma ritornando al tronco, sicuramente vi ho sfogato tutte le amarezze della mia

situazione di clandestinità, i problemi che avevo al lavoro, e gli ho consegnato

tutte le speranze e i sogni sul mio futuro.

Purtroppo un maledetto giorno lo abbiamo trovato bruciato: dei vandali avevano

bruciato la nostra “casa”, la nostra meta, il nostro rifugio dagli occhi indiscreti, e

con lui ha iniziato a sbriciolarsi anche la nostra relazione.

Sembra strano, ma quel tronco era la metafora della nostra vita. Ci trovavamo

entrambi alla mercè di persone che non accettavano la nostra unione e una volta

bruciato il tronco sono bruciati con lui i nostri sogni, le nostre aspettative, il

Nostro desiderio di combattere per un mondo migliore, da regalare a sua figlia e ai

suoi coetanei.

In quel periodo, per una strana coincidenza, si vedevano dei cartelli pubblicitari di

un noto gestore telefonico con due ragazzi seduti a cavallo di un tronco.

Ed io avevo come la sensazione di essere stata seguita. Da qui i primi segnali della

malattia che mi ha colpito: un esaurimento nervoso coi fiocchi.

Senza il tronco, sentivo di non avere più le forze per andare avanti.

Oggi sorrido al ricordo di quei giorni, penso che le cose non succedono per caso,

forse quell’uomo non era adatto a me e il tronco, bruciando, mi ha voluto

avvertire.

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